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10 ottobre 2010 / raullarsen

La rivoluzione non si farà su Twitter

Ferrara, 3 Ottobre. Festival di Internazionale, ultimo atto. E’ l’incontro Reporter top secret sul giornalismo d’investigazione. Sul palcoscenico del Teatro Comunale ci sono Dana Priest, Hu Shuli, Horacio Verbitsky e Gianantonio Stella.

Lo so che la storia non si fa con i ‘se’ – dice Stella a Verbitsky – ma se negli anni ’70 fosse esistito Internet, si sarebbe evitato il drama dei desaparecidos?

La risposta di Verbitsky è secca: No. Cosí come i militari censuravano la stampa avrebbero censurato anche Internet. Piuttosto, quello che è mancato fu il compromesso della Chiesa cattolica, che poteva fare la differenza ma tacque, e a volte fu persino complice del massacro. E su questo argomento Verbitsky ne sa, ha scritto pure un libro.  Quel che si chiama “poteri forti”.

Stella non ci sta, insiste, e cita il caso delle proteste in Iran del 2009, dopo le elezioni, con la morte di Neda diffusa su YouTube e l’uso di Twitter e Facebook tra i manifestanti. Ma a Ferrara si passa ad altro. Forse bisognava ricordare a Gianantonio Stella che, Twitter o no Twitter, Ahmadinejad è ancora lì.

C’è un’altro episodio, ancora più calzante, come se la storia, con crudeltà, avesse voluto mettere alla prova la tesi di Stella. E Verbitsky lo conosce bene, perche succede in Argentina.

In settembre del 2006, lo stesso giorno in cui la giustizia argentina condanava all’ergastolo al rapitore, torturatore e omicida Miguel Etchecolaz, spariva senza lasciar traccia Julio López, uno dei testimoni chiave del processo, a sua volta vittima di Etchecolaz. Il primo desaparecido durante un governo democratico. E nel 2006 Internet c’era tutta. Né Twitter né Facebook erano diffuse come adesso, ma c’era. Certo, servì perche la notizia si spargesse in poche ore in tutto il mondo, con Indymedia ci si aggiornava sulle notizie (che non c’erano) ed iniziative di movilizzazione (che erano tante). Ma ancora adesso, a quattro anni della desaparición, di Julio López non si sa niente. La macchina del terrore vinse Internet, direi anche senza grandi sforzi.

Più o meno sullo stesso argomento scrive Malcolm Gladwell in questo articolo sul New Yorker, e azzarda una spiegazione: i legami nelle reti sociali sono deboli, non sono quelli necessari quando l’attivismo politico diventa rischioso. Quando si deve mettere in gioco il propio lavoro, la libertà o persino la vita, si richiede un’altro tipo di rapporto, construito sul faccia a faccia, sulla condivisione di lunga data. Ottimo articolo, merita la lettura, e forse la pubblicazione su Internazionale.

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